Networking

Il primo tentativo di ricostruzione della storia del networking artistico in Italia. Un’analisi sull’uso creativo e condiviso delle tecnologie, dal video al computer e sulla formazione di una comunità hacker italiana. Una riflessione sul ruolo dell’artista che si fa networker, ricollegandosi alle neoavanguardie degli anni Sessanta.
Scritto da Tatiana Bazzichelli. Prefazione di Derrick de Kerckhove. Postfazione ed editing di Simonetta Fadda (Costa & Nolan, Milano, uscita novembre 2006).

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[via p2p Foundation]

99 artisti italiani, giovani o mid-career, alla quindicesima Quadriennale d’arte di Roma.

Voglio citarne due, Giuseppe Stampone e Fabrice de Nola, i cui percorsi artistici sono contaminati dalla Rete e dalle tecnologie informatiche.

Stampone mi ha divertito, con la sua installazione Joker è stato qui (sei stato nominato); una serie di autoritratti di famosi artisti, il penultimo Stampone stesso. L’ultimo uno specchio. Il visitatore si avvicina, si contempla e…una risata lo seppellisce, mentre la sua immagina viene proiettata nell’installazione-clone in Second Life.

Stampone ha realizzato questa, come le sue ultime opere, in collaborazione con il network Diomira.

Fabrice de Nola ha presentato Neural Pro, che la brochure della quadriennale descrive come un progetto

in cui, tramite internet, il video, la fotografia e la pittura, [l'artista] cerca di analizzare le relazioni dell’uomo allo sviluppo interdisciplinare delle infotecnologie, delle neuroscienze e dell’ingegneria genetica.

Arte reticolare

3 novembre 2007

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Nei giorni scorsi ho visitato a Roma la mostra su Rothko (molto bella) e quella sulla pop art tra il ’56 e il ’68 (interessante e divertente).

Visitando quest’ultima esposizione e muovendomi tra le opere di Warhol, Hamilton, Lichtenstein, Rauschenberg, Schifano, Festa e tutti gli altri profeti ed adepti dell’arte “popular” mi sono venute in mente alcune considerazioni.

Alla base della pop art vi è l’osservazione dell’allora nascente società dei consumi e della comunicazione di massa. I nuovi idoli, i nuovi miti — marchi, oggetti di consumo, attrici, astronauti — che emergono vengono celebrati in modo spesso ironico ed apparentemente complice attraverso la loro decontestualizzazione. Frammenti e schegge di volti, insegne, locandine, elettrodomestici vengono estrapolati dal flusso mediatico, rielaborati, ingranditi, colorati, mischiati come mash-up ante litteram e quindi ributtati in pasto sia alla cultura d’élite sia cultura di massa. Non vi è un filtraggio intellettuale, non vi è un esplicito desiderio di critica sociale ma una visione disincantata ed edonistica di un mondo in cui la spersonalizzazione e l’omologazione seriale sembrano far evaporare l’individuo in una nuvola di luci fluorescenti. Ma l’atto stesso di rappresentare una tale realtà cambiando semplicemente la scala di percezione od il mezzo di fruizione dei suoi oggetti-simbolo rappresenta un premonitore atto rivoluzionario. L’utilizzo di strumenti e tecniche — collage, fotografia, cinema e quindi video — che superino i confini della pittura classica anticipa concetti come quelli di transmedialità che decenni dopo, grazie alle nuove tecnologie informatiche ed Internet, possono essere esplorati anche da un punto di vista artistico ed emozionale.

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