Creare un impatto sociale con le nuove tecnologie
13 luglio 2009
Commissionato dal NESTA, l’agenzia per l’innovazione britannica, e scritto da esperti del settore è uscito “Social by Social – A practical guide to using new technologies to deliver social impact”, una “pratica guida per creare un impatto sociale con le nuove tecnologie“.
Il libro è disponibile via print-on-demand ma i suoi contenuti sono rilasciati con licenza Creative Commons e sono liberamente consultabili online.
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La governance delle comunità online
25 giugno 2009
Un paio di giorni fa in un help-desk di Kublai con Reti Glocali si è parlato di ingegneria sociale, ovvero di come far nascere ed evolvere una comunità online; curiosamente nel pomeriggio mi ero letto un report proveniente dall’Australia, scritto da due studiosi della Queensland University of Technology, dal titolo Social Media: Tools for User-Generated Content – Social Drivers behind Growing Consumer Participation in User-Led Content Generation (primo di una trilogia dedicata ai social media).
E’ stato istruttivo notare come la ricerca e le considerazioni fatte “sul campo” coincidessero, sintomo che ci si sta avvicinando alla definizione di un nucleo stabile di metodologie, funzionalità, buone pratiche nella progettazione e gestione delle reti sociali online (e non dimentichiamo il lavoro di Giacoma-Casali, Motivational Design – Una metodologia per il social network design giunto proprio i questi giorni alla versione 1.5).
Cerchiamo di sintetizzare qualche punto.
I social network sono un mezzo, non un obbiettivo. Devono servire a costruire una comunità che abbia visioni e obbiettivi comuni, da raggiungere attraverso il plusvalore apportato dalle interazioni, che come enzimi catalizzano e accelerano i processi creativi e realizzativi.
Gli amministratori e i community manager devono essere delle guide discrete ma attente che indirizzano la comunità verso l’auto-organizzazione; per far questo occorre avvalersi dei membri più attivi e autorevoli, che avranno responsabilità via via crescenti all’ interno della comunità, come moderatori, come tutor per i novizi, come facilitatori, come portavoce e come suggeritori di innovazioni strutturali e funzionali all’interno della piattaforma.
La soglia di accesso deve essere il più bassa possibile – sistemi di autenticazione distribuita tipo Facebook Connect e OpenID sono una risorsa preziosa – e il nuovo membro deve essere subito accolto, guidato e invitato a interagire con il resto della comunità.
La fase di apprendimento avviene, soprattutto per i meno esperti della vita online, a piccoli passi: prima amicizie, qualche commento sul wall, qualche foto link condiviso. Non aver fretta che l’utente dia subito contributi significativi.
Una regola fondamentale è l’assunzione di equipotenzialità di tutti i membri; questo non significa che tutti sono uguali, ma che tutti hanno le stesse possibilità di divenire membri autorevoli all’interno delle comunità, per le competenze e per le capacità che saranno riusciti a esplicitare.
E’ importante che gli utenti sappiano di avere il massimo controllo sui loro dati e sui loro contenuti; massima trasparenza, rispetto della privacy, termini di servizio chiari e immediata comunicazione di ogni variazione nelle “regole del gioco” sono elementi fondamentali per instaurare un clima di fiducia all’interno della rete sociale.
L’emersione dei contenuti, delle idee e degli individui più interessanti è un’operazione che coinvolge tutta la community, coadiuvata da sistemi di feedback impliciti, come il numero di commenti o il numero di visite a un dato profilo o espliciti come il rating. In generale la capacità di auto-organizzazione e auto-gestione di una comunità è chiamata da Howard Rheingold social accounting ed è resa possibile da tutta una serie di strumenti che permettano di creare, valutare e rendere persistente nel tempo la reputazione di ogni utente e la validità di ogni contenuto.
Creare un forte senso di appartenenza alla comunità rende meno critico il naturale evolversi della comunità stessa, che manterrà una sua unitarietà anche con il crescere dei membri e della complessità strutturale.
L’apertura della piattaforma al resto della Rete garantisce un interscambio fecondo, permettendo che i contenuti più significativi e i loro autori acquisiscano visibilità e “pubblicità” anche al di fuori della rete sociale: queste e altre gratificazioni sono incentivi importanti che stimolano la partecipazione e la generazione di contributi originali.
E’ importante non solo monitorare ma anche analizzare con metodologie e strumenti appropriati le dinamiche della rete sociale; i manager di Kublai, per esempio, grazie al lavoro di social network analysis di Ruggero Rossi sponsorizzato da Alberto Cottica, sono riusciti a ricavare informazioni utili per la governance della comunità.
update: Davide Casali mi fa giustamente notare un altro aspetto importante che avevo trascurato: la necessità per gli amministratori di partecipare attivamente alla vita della community, per conoscerne dall’interno tutte le dinamiche e per comprenderne lo zeitgeist nonchè per far sì che, come dimostrato anche dall’analisi di Ruggero, vengano mantenute le caratteristiche di piccolo mondo della rete sociale (gli amministratori, in generale, mantengono i legami con i membri periferici della comunità).
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Frontiers of interaction a Roma
2 giugno 2009
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p2p social networks
23 marzo 2009
Come incontrarsi con il proprio gruppo di amici? Uscire e darsi appuntamento in un locale o invitarli a casa propria?
Per ora, quando si parla di amicizie online, l’unica possibilità è la prima, cioè iscriversi ad un servizio di social networking fornito da un determinato provider. Questa architettura centralizzata, client-server, domina l’offerta nel settore delle comunità virtuali.
Qualcuno si sta chiedendo perché un’altra soluzione, quella di reti sociali decentralizzate che si avvalgano di tecnologie peer to peer, non possa essere presa in considerazione.
Le reti p2p sono tradizionalmente utilizzate per il file-sharing e gli utenti interagiscono tra loro essenzialmente a basso livello, tramite la condivisione di risorse hardware come CPU, banda, spazio su disco e nella gestione del sistema. D’altro canto i membri dei social network online interagiscono ad un livello più alto, scambiandosi informazioni,contenuti, idee, stati d’animo.
E’ possibile realizzare reti sociali auto-organizzate ad ogni livello, con un’infrastruttura p2p che consenta connessioni mobili ed anche indipendenti dall’acceso Internet? E quali vantaggi si avrebbero utilizzando questa soluzione?
da Self-organized Virtual Communities: Bridging the Gap between Web-based Communities and P2P Systems
Diciamo subito che in realtà il modello centralizzato ha dimostrato di funzionare piuttosto bene; uno dei limiti che in passato potevano esserci, quello della scalabilità, è stato risolto grazie ad architetture come quella del cloud computing, anche se questa soluzione non è certo a basso costo.
Il punto centrale è quello della proprietà dei dati: riversare i propri profili ed i propri contenuti in un unico database centralizzato vuol dire fornire ai proprietari della piattaforma la possibilità di svolgere un’efficiente e remunerativa operazione di data mining per scopi commerciali. Inoltre regole e termini di utilizzo sono fissati anch’essi dall’alto.
In una rete p2p i dati ed i contenuti rimarrebbero saldamente nelle mani degli utenti, che li condividerebbero in maniera sicura (criptata) solo con i loro contatti o adottando standard aperti e/o licenze tipo Creative Commons.
Un altro vantaggio sarebbe quello di potersi agganciare alla propria rete sociale online anche attraverso altre reti, diverse da Internet: reti mobili, wireless mesh networks ma anche comunicazione diretta (per esempio via Bluetooth) tra dispositivi (PDA, smartphon, netbook).
In sintesi i possibili benefici potrebbero riguardare:
- Nessun repository centralizzato di terze parti
- Dati sotto il controllo dell’utente
- ubiquitous access, anche via rete mobile, wireless mesh networks, Bluetooth
- Accessibile attraverso molteplici devices, utilizzando anche lo scambio diretto di dati
- Piattaforma aperta e modulare, con possibilità di creare ed aggiungere applicazioni
Esistono però anche una serie di problemi, sia dal lato tecnico che da quello dell’utente.
Adattare una rete p2p alle nuove esigenze significa prima di tutto individuare le criticità:
- Dove immagazzinare i dati? Solo nei computer degli amici? In nodi casuali? Come assicurare che vi siano un numero sufficiente di copie di ogni contenuto in modo da garantire la loro disponibilità e la loro efficiente distribuzione?
- Come gestire l’update dei contenuti – lo status, per esempio – visto che le tradizionali reti p2p di solito non comprendono il versioning?
- Che topologia utilizzare?
- Come risolvere il problema della ricerca – degli amici, non dei contenuti – e quindi dell’identificazione degli utenti?
Inoltre far accettare all’utente il fatto che la sua “immagine sociale” debba essere costituita, oltre che dalla sua presenza, anche dalla sua disponibilità a mettere in comune parte del suo hardware e della sua banda richiede una ridefinizione dei classici meccanismi di incentivazione, già noti ai progettisti di social software.
E’ chiaro che architetture di questo genere non si porrebbero in alternativa ai consolidati modelli centralizzati ma ne costituirebbero un complemento ed un completamento.
Si possono immaginare sottoinsiemi di membri di social network globali che costruiscono un social network locale p2p, sfruttando, per esempio, relazioni di fiducia già stabilite e relazioni di prossimità geografica.
Per chi volesse saperne di più:
Self-organized Virtual Communities: Bridging the Gap between Web-based Communities and P2P Systems (pdf)
A Case for P2P Infrastructure for Social Networks – Opportunities & Challenges (pdf)
Community Building over Neighbourhood Wireless Mesh Networks (pdf)
PeerSon.net – un sito di ricercatori attivi nel campo dei p2p social network
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Il numero di Dunbar sopravvive nei social network?
28 febbraio 2009
Molti di voi conoscono il numero di Dunbar, ovvero la grandezza massima che può assumere la rete sociale di ogni individuo; questo numero, pari a circa 150, risulta una sorta di costante che resiste ai cambiamenti sociali e culturali che hanno portato l’uomo dai villaggi neolitici alle megalopoli. Sembra che il costo cognitivo associato al mantenimento di questo insieme di relazioni stabili abbia quindi un limite superiore.
La domanda che sorge è ovvia: questo numero rimane invariato anche in un’epoca di social network online?
L’Economist ha chiesto a Cameron Marlow, resident sociologist di Facebook, di verificare quest’ipotesi. Il risultato è che, all’interno del social network, sia pure in presenza di un ampio range di variabilità, ogni utente ha una media di 120 amici, e le donne hanno qualche amicizia in più degli uomini. Sembra dunque ancora confermata la validità del numero di Dunbar.
E’ stato anche rilevato che esiste un core, un nocciolo duro di amici, con i quali si scambiano più spesso commenti ed informazioni: questo nucleo è di circa 7 amici per gli uomini e 10 per le donne, nel caso di un utente medio. Da notare che anche chi ha molti più amici, nell’ordine di 500, possiede un sottoinsieme di “amiconi” non molto più grande, ovvero circa 20, sempre maggiore nei casi di utenti di sesso femminile.
In un commento all’articolo, Jake Young, giovane neuroscienziato, ipotizza che nel caso delle reti online il costo cognitivo associato al mantenimento delle relazioni sia dovuto non tanto alla difficoltà di comunicare con qualcuno – costo quasi azzerato in Internet – quanto dallo sforzo mnemonico di ricordare ogni volta con chi si sta parlando, che lavoro svolge, perché lo conosciamo, quali informazioni ci siamo scambiati nel passato ecc.
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