Arte reticolare

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Nei giorni scorsi ho visitato a Roma la mostra su Rothko (molto bella) e quella sulla pop art tra il ’56 e il ’68 (interessante e divertente).

Visitando quest’ultima esposizione e muovendomi tra le opere di Warhol, Hamilton, Lichtenstein, Rauschenberg, Schifano, Festa e tutti gli altri profeti ed adepti dell’arte “popular” mi sono venute in mente alcune considerazioni.

Alla base della pop art vi è l’osservazione dell’allora nascente società dei consumi e della comunicazione di massa. I nuovi idoli, i nuovi miti — marchi, oggetti di consumo, attrici, astronauti — che emergono vengono celebrati in modo spesso ironico ed apparentemente complice attraverso la loro decontestualizzazione. Frammenti e schegge di volti, insegne, locandine, elettrodomestici vengono estrapolati dal flusso mediatico, rielaborati, ingranditi, colorati, mischiati come mash-up ante litteram e quindi ributtati in pasto sia alla cultura d’élite sia cultura di massa. Non vi è un filtraggio intellettuale, non vi è un esplicito desiderio di critica sociale ma una visione disincantata ed edonistica di un mondo in cui la spersonalizzazione e l’omologazione seriale sembrano far evaporare l’individuo in una nuvola di luci fluorescenti. Ma l’atto stesso di rappresentare una tale realtà cambiando semplicemente la scala di percezione od il mezzo di fruizione dei suoi oggetti-simbolo rappresenta un premonitore atto rivoluzionario. L’utilizzo di strumenti e tecniche — collage, fotografia, cinema e quindi video — che superino i confini della pittura classica anticipa concetti come quelli di transmedialità che decenni dopo, grazie alle nuove tecnologie informatiche ed Internet, possono essere esplorati anche da un punto di vista artistico ed emozionale.

Tutto questo per dire come, a mia conoscenza, non si sia sviluppata, nel mondo dell’arte, una corrente di livello comparabile con quello della pop art che sia ispirata dal mondo del Web, dai suoi abitanti, dai suoi oggetti transcomunicanti. La scannerizzazione del reale, la digitalizzazione del pensiero, la delocalizzazione e le filosofie partecipative e collaborative non hanno dei loro cantori. Che so, un Warhol che dipinga un blogger dai falsi colori che si autoreplichi con un eterno copia-incolla , un Lichtenstein che mostri i pixel di un’animazione flash, un D’Arcangelo che riproponga il logo di Google, un Rotella che taglia/incolla frammenti di siti.

Naturalmente scherzo, non propongo rivisitazioni pedisseque di ormai vecchi linguaggi. Mi limito a constatare che catturare lo spirito del nostro tempo digitale attraverso l’arte rimanga un’operazione quasi clandestina. Esistono, è vero l’arte digitale, l’electronic art, la net art che cercano di esplorare significati e temi della tecno-cultura convergente attraverso tecniche e strumenti innovativi ma non trovo, nel panorama artistico internazionale, figure di primo piano che esplicitamente facciano riferimento alla società digitale.

Inoltre sembra che il design e l’infografica abbiano, in generale ed in particolare nel Web, preso il sopravvento sull’arte “pura”, quella non funzionale, l’arte anarchica, libera da esigenze di rappresentazione codificate.

Forse la prossima corrente artistica sarà frutto dei pensieri più sensibili, devianti o bizzarri della mente collettiva. L’arte di reti sociali, pitture condivise, sculture partecipative, videoinstallazioni trasversali e globali a “variazione di scala” che si diffondono e si moltiplicano sui monitor di computer, telefonini, palmari, consolle per poi fissarsi su tele ed affreschi.

Mi farebbe piacere avere notizia artisti o movimenti (oltre a quelli citati) che si rifanno al mondo di Internet ed alle filosofie del Web 2.0 utilizzando sia tecniche classiche come la pittura e la scultura sia “tecniche ibride”. Se voi lettori ne sapete qualcosa più di me, scrivete pure.

update 15/01/08: un interessante post di Vincos sull’estetica dal basso

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