Web 2.0: stato dell’arte

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La sensazione che ho provato leggendo Web 2.0. Internet è cambiato. E voi? I consigli dei principali esperti italiani e internazionali per affrontare nuove sfide” (a cura di Vito Di Bari, Edizioni Il Sole 24 Ore, 2007) è stata quella di trovarmi di fronte un feed RSS cartaceo. Non è un’affermazione con connotazioni negative. E’ solo che ormai la mia percezione delle cose nella realtà fisica viene influenzata dalle mie esperienze online. E comunque visto l’argomento e la struttura del libro non escludo sia un effetto voluto.

Un libro è un collage, realizzato da quarantasei esperti nazionali ed internazionali, ricco di pensieri, analisi, case studies, considerazioni (anche critiche) sullo stato dell’arte del Web attuale e sulle possibili evoluzioni della Rete nel prossimo futuro. Ottimo per chi, nativo analogico o immigrato digitale appena sbarcato nell’Altro Continente, vuole conoscere quel grande esperimento sociale (e tecnologico) di massa che è il Web 2.0. Un rapporto ricco di spunti interessanti per i cittadini proattivi (professionisti, manager, imprenditori, investitori, esperti di comunicazione e di media) del reame digitale.

Tra le tante possibili definizioni di questa fase della vita di Internet, Di Bari nella sua lunga introduzione ne sceglie una sintetica ma particolarmente efficace:

[il Web 2.0 è] un insieme di relazioni indirizzate e organizzate tra loro mediante strumenti (tecnologici) […] disponibili a tutti e legati tra loro.

Tra i molti contributi interessanti — che compensano ampiamente qualche intervento banale o confusionario (come quello, persino irritante, dell’ex vj di MTV Andrea Pezzi) — ne indico solo qualcuno.

Il divertente ed istruttivo intervento di Stefano Quintarelli sui blog, che, come si legge in una nota finale:

[…] è stato scritto mimando nell’esposizione dei contenuti l’esposizione cronologica di un blog: leggendo i suoi capoversi dalla fine all’inizio si passa dal contenuto più puntuale alle considerazioni più generali.

L’articolo di Luca Rosati su folksonomie e tagging, quello di Antonio Dini su Second Life e l’ “antropologia del Learning 2.0” che Michael Wesch illustra prendendo spunto dalla citaziione di Kevin Kelly:

Ogni volta che creiamo un link tra parole, di fatto insegniamo un’idea.

Menzione d’onore per il mini saggio di Alberto Abruzzese sulla condivisone. Cosa significa “condivisione”? Significa:

[…] avere in comune. Come dire, fare società o comunità? Sì e no: con condivisione diciamo qualcosa di più intimo, qualcosa che riguarda le modalità specifiche, profonde, con cui si costruiscono comunità e società. […] Cè di mezzo il dia-logare. Allora c’è di mezzo la comunicazione? Per forza. La condivisione è un sinonimo di comunicazione.

Di Bari si riserva il capitolo finale, in cui getta uno sguardo al web del 2015 e 2020: il primo caratterizzato da una coda ancor più “lunga” di quella di Anderson, la longer tail, che coinvolgerà i miliardi di persone che non hanno l’inglese come lingua madre. Intercettare le innumerevoli nicchie che accolgono lingue, culture e stilemi diversi da quelli oggi dominanti rappresenterà l’obbiettivo strategico del futuro prossimo del web. Più in là, una realtà fatta di uomini e spimes sempre più connessi ed interconnessi genererà un coda ancor più lunga, una longest tail.

Una notazione finale: strano che in questa raccolta manchi un contributo dedicato al semantic web.

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