Un romecamp in facoltà: e gli studenti?

Di ritorno dalla mia puntata di venerdì al romecamp – un evento decisamente interessante e stimolante – non posso non rilevare un’anomalia: la quasi totale mancanza, tra il pubblico, di studenti della facoltà di Economia di Roma Tre, nella cui sede si svolgeva la manifestazione. Sembravano del tutto indifferenti alla strana fauna netbook-addicted temporaneamente loro ospite, alla bacheca con il calendario degli interventi, al mini-studio televisivo allestito da Il Cannocchiale. Eppure i temi trattati erano molti, di stretta attualità, originali, pieni di spunti, innovativi. Bastava fare due passi ed affacciarsi, dopo le lezioni,  nell’aula accanto per sentire parole, idee, proposte con le quali necessariamente i ragazzi si dovranno confrontare una volta usciti dall’università.

Preoccupante, questa mancanza di curiosità intellettuale, di propensione all’esplorazione di nuovi territori, di capacità di cogliere opportunità di arricchimento culturale, anche quando sono a portata di mano e a costo zero.

Non so se ci sia stato un problema di comunicazione, di linguaggio: cosa sia un barcamp pochi lo sanno al di fuori di un’èlite digitale, lo slogan “idee per il futuro: ambiente, tecnologia, società” forse troppo generico e di vago sapore “istituzionale”, nessun riferimento esplicito ad Internet, al Web, al “social”.

Quale che sia stata la causa, la sensazione è stata spiacevole, due tribù rigidamente distinte nello stesso territorio, due reti non connesse, due realtà alternative che viaggiano nello stesso spaziotempo ma su brane diverse, distanti un infinito centimetro di troppo.

Spero che nella giornata di sabato la situazione sia migliorata

16 thoughts on “Un romecamp in facoltà: e gli studenti?

  1. Problema interessante con il quale ci confrontiamo anche noi ogni volta. Non so spiegarmi il fenomeno ma sicuramente qualcosa non funziona. Mi piacerebbe veramente capire cosa.

    P.S. Spiacente di non averti rivisto. Sarà per la prossima volta.

  2. Federico, me lo sto domandando anche io. Noi ci siamo sforzati di comunicarlo all’interno della facoltà e parlando con gli studenti (ho fatto una vera e propria lezione sull’argomento), ma evidentemente non siamo stati abbastanza convincenti.
    Eppure il venerdì c’erano centinaia di studenti in facoltà e sono entrati in aula magna solo quelli che “dovevano” (cioè i promotori del progetto GreenCamp): tutti gli altri non hanno né provato curiosità per quello che accadeva in aula magna e – meno che meno – per quello che è accaduto poi nelle aule 11, 12 e 13.
    Ci si deve pensare: non posso credere che tutti gli studenti di economia di Roma Tre siano così privi di una qualsiasi forma di capacità di esplorare cose che non gli sono messe sotto il naso dal prof.
    Grazie per essere venuto🙂 A presto.
    Nicola

  3. Credo che l’associazione università=crediti formativi sia una questione ormai strutturale. Propongo, per l’anno prossimo, una promozione nelle scuole superiori.

  4. Grazie a te, a Vincenzo, ad Antonella ed agli altri.

    Certo, occorre rifletterci, perché sembra davvero che ci sia un’èlite digitale – interessata attiva, curiosa,propositiva – magari anche composta di decine di migliaia di individui ed una stragrande maggioranza di persone, anche giovani, completamente apatiche e disinteressate. Forse utilizzano chat, IM, twitter, forse sono iscritti a social network, ma utilizzano il tutto in maniera automatica, acritica, meccanica, come fosse un bancomat non per i contanti, ma per i contatti.

  5. Federico, se può darti consolazione, l’Università di Firenze era rappresentata ( alquanto indegnamente posso ammetterlo) dal sottoscritto.
    Bello ed interessante il tuo lavoro

  6. In effetti, pur avendo visto nella giornata di sabato molta gente nuova, gli studenti non si son visti.

    Peccato per non esserci rivisti, caro Federico, ma mi guardo tutti i talk con calma grazie alla completa digitalizzazione del tutto, grandiosa devo dire .) un sentito grazie a chi ha dato anche una mano a gestire il tutto, lodevole.

    Apatia, e difficoltà ad essere stimolati certi studenti: il brand barcamp forse da diffondere in forme più snelle..

  7. Forse anche barcamp meno generalisti, con un tema specifico da far sviluppare ed analizzare da più punti di vista, tanti quanti possono essere i partecipanti, ognuno dei quali lo declinerà secondo le sue conoscenze, competenze, esperienze. Insomma, qualcosa di più vicino all’esperienza di Sci(bzaar)net…

  8. Ciao Federico,

    non ci conosciamo ma leggo il tuo blog da un pò…

    sono stato al barcamp e riguardo questo post ti rispondo da ex studente di economia (ma a Napoli). Il problema non credo sia nelle idee degli studenti poco invogliati, propensi o curiosi; credo invece che sia il modo in cui si presenta la nostra università ad essere deprimente, l’immagine che resta nelle menti dello studente è quella di un luogo per prendere e non “ap-prendere”.

    In effetti mi sono meravigliato quando ho visto che il barcamp si svolgeva in un’ università per giunta di economia: che c’entra la mecca della competizione con l’avanguardia della condivisione??

    Paolo

  9. Ciao Triphen. Io credo che gli studenti non siano, non debbano essere passivi inquilini dell’università, ma darsi da fare, impegnarsi, esplorare, conoscere a prescindere da ciò che l’accademia fornisca o meno. Qui c’era una manifestazione che si teneva a casa loro: bastava entrare in un aula e provare, solo provare a seguire uno dei tanti interventi.

  10. E credi bene Federico.

    Spero davvero che un giorno l’università sia un luogo dove impegno, esplorazione, conoscenza, attivismo e condivisione siano considerati valori da insegnare.

    Purtroppo, ovviamente parlo per la mia esperienza personale, gli unici valori che ho sentito veramente importanti sono stati competizione e velocità.

    E questi non ti spingono ad entrare in aule sconosciute, ma solo a cercare scorciatoie e buoni voti…

    Paolo

    Paolo

  11. Dibattito interessante. Dal mio punto di vista interno ho osservato negli anni crescere un efficacie mix tra produttività dell’apprendimento (= mera acquisizione di crediti)ed assenza vocazionale (sui due lati: docenti/discenti) che ha portato a percepire l’Università come una struttura non di “ricerca” ma di semplice “presa” (Triphen ha ragione).
    Il problema non è quindi solo negli studenti e nel loro disinteresse per ciò che non è capitalizzabile ma nella capacità di ricostruire un posizionamento culturale dell’università. cosa che non mi sembra si stia facendo😦

  12. aggiungo two cents sul versante apatia/difficoltà di coinvolgimento. Nell’ultimo periodo mi sono trovato sempre più spesso a pensare che prima di poter interessare/coinvolgere gli studenti sia necessario vincere una forma di generale sfiducia e scetticismo che questi hanno costruito negli anni. Questo scetticismo è particolarmente forte nei confronti dell’università dove hanno imparato un meccanismo di sopravvivenza (basato appunto sull’acquisizine meccanica dei crediti) che permette il massimo risultato con il minimo sforzo (che poi questo si traduca, di fatto, in una laurea spesso inutile ed in anni buttati non viene percepito).
    Proprio per questo sono dubbioso che momenti spot (per quanto fantastici questi possano essere) riescano a far breccia se non in pochissimi. è necessario ricostruire il filo di un dialogo, ricostruirci (noi che in modi diversi nell’università ci lavoriamo) una faccia, una forma di credibilità, una percezione di senso che non sia solo quella di elargitori di crediti.
    Un barcamp all’univeristà arriva su questo scenario e non credo che in due giorni possa cambiarlo.

  13. Federico ottimo post e riflessioni interessanti. Io metto qui la mia piccola provocazione.

    Tralasciando le discipline tecniche come ad esempio Fisica, Ingegneria e Medicina, l’università italiana cosa ha da insegnare che può stimolare la curiosità degli studenti? Voglio dire quanti corsi ci sono sulla mitologia del web? Quante università insegnano sociologia dei mondi virtuali? Quante lezioni si tengono su Twitter? Eppure ad ingegneria si insegna robotica e nelle facoltà biologiche è ormai materia d’esame la Bioinformatica.

    Se io fossi un professore costringerei i miei studenti ad usare strumenti nuovi. Perché non fare una lezione dentro World of Worldcraft? Costa? Semplice non comprare più i libri. Oppure prendi una webcam e creati un canale su YouTube oppure apri un blog e io ti metto i crediti su quello.

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